Della serie: non ho saputo resistere alle abitudini locali | Part 2 | THE COFFEE

Pensiero originario (tipo da sempre fino a…non ho ben capito quando, precisamente): “Il caffè americano non mi è mai piaciuto. E poi non capisco questa compulsione di sorseggiare da quei bicchieroni bianchi di carta per ore e ore. No, no. A me piace due dita di espresso–nero, amaro–e via”.

Situazione attuale (novembre 2012): Vedi foto.

La collezione settimanale...

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Della serie: non ho saputo resistere alle abitudini locali | Part 1 | THE CAR

Pensiero originario (tipo da sempre, fino a febbraio 2012): “Non capirò MAI perché qua la gente va in giro con le macchine piene di roba*, come fossero dei mini-appartamenti ambulanti”.

Situazione attuale (novembre 2012): Vedi foto.

Oggi ho venduto la “mia” macchina. Come vedete, era super accessoriata.

*Oggetti che non si vedono nella foto, ma che erano effettivamente nella macchina al momento dello scatto:

  • 3 bottiglie di plastiche vuote (acqua liscia / acqua gassata)
  • 1 bottiglia di vetro mezzo piena d’acqua
  • una borraccia di alluminio mezza piena d’acqua (ho forse il terrore di rimanere disidratata)
  • uno stereo con due casse (nella baule) (uno stereo di casa, s’intende)
  • 3 cappelli (1 da spiaggia / 1 Borsalino / 1 da baseball)
  • 1 confezione di Altoids (vuota)
  • 1 mezzo pacchetto di Kit-Kat (sciolto)
  • 2 multe scadute
  • 1 guanto (da guida)
  • 2 numeri (arrotolati) del New Yorker
  • 1 pacchetto di fazzoletti
  • 1 libro (di Elena Ferrante ma tradotto in inglese, mai letto)
  • 2 mappe cartacee (San Francisco & West Marin)
  • 1 tubo di crema solare SPF 45
  • 1 torcia
  • i ricordi di mia nonna
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“Chi rappresenta Obama? Guardati intorno”

Ora ci siamo, quasi.

Non credo che ci sia molto altro da dire sul ciò che succede fra oggi e domani. Siamo saturati, svuotati, stanchi. Abbiamo tutti fatto una risata amara di compassione, dispiacere e auto-disgusto davanti a quel “viral” video della povera bambina disperata che non ce la faceva più a sentire parlare di “Bronco” Obama e Mitt Romney. La bambina inconsolabile c’est moi, ho pensato, hai pensato, abbiamo tutti pensato.

Ma questo non è il momento di sprofondare nei cinicismi facili. E non voglio spendere tante parole quando sono le azioni che contano d’ora in poi.

 

L'undicesima ora. Poco glamour. Molto cuore.

Gli “headquarters” di Obama sulla Market Street di San Francisco

E quindi condividerò con voi qualche immagine che ho scattato oggi mentre ero ai “volunteer headquarters” di Obama, qui a San Francisco. Sì, siamo all’undicesima ora e il posto era piena zeppo di gente di qualsiasi età, professione, razza, orientamento sessuale, classe sociale ed economica. “If you want to know who Obama really represents“, mi ha detto Susan, the “Chief Gofor” (tipo capa factotum?), “just look around. Siamo tutti diversi uno dall’altro e siamo in tanti. Vogliono farci credere diversamente, ma questa è l’America.”

"Sono un'ottimista molto cauta".

Tutto qua dentro è stato donato dai volontari. Arte inclusa.

A parte due persone — ma proprio due di numero — stipendiati dalla campagna, tutti qua dentro erano volontari. E questo fine settimana scorsa, per esempio, ce n’erano più di cinquecento; sia sabato che domenica. “Non sono riuscito a dare molti soldi”, mi ha detto un’insegnante di scuola media, che era lì con il suo fidanzato — entrambi con meno di trent’anni. “E quindi ho dato il mio tempo”. E benché eravamo in pieno centro di San Francisco, la culla tecnologica del mondo Occidentale, non ho visto un singolo iPad in giro. Anzi. Si telefonava agli “Swing States” (Nevada, Colorado, Wisconsin, Ohio, etc) o con un fisso o con un vecchio cellulare donato dalla campagna, e poi si segnava tutto con carta e penna. Carta. E. Penna. A San Francisco, nel 2012: una cosa più unica che rara. Per le telefonate, c’erano le “stesure” da usare come “guida”, che cambiavano a seconda lo stato in questione.

E dopo ogni telefonata, bisognava buttare giù una nota, usando un’abbreviazione presa dalle liste appese ogni due metri. Sempre, ragazzi, usando carta e penna. Perdonatemi se la cosa mi esalta.Obama's Call List Abbreviations

E anche se tra meno di ventiquattro ore tutto sarà deciso, stasera c’erano ancora i volontari esperti che fornivano “training” a quelli nuovi, quelli che volevano comunque aiutare — anche all’ultimo momento.

Anche la sera prima delle elezioni si fa "training" ai nuovi volontari

C’era una bellissima energia, quella che proviene da un impegno collettivo. Me lo concederete che non è una cosa da poco.

I baffuti per Obama

I baffuti per Obama

Neonate per Obama

Neonati per Obama

Nuovi amici per Obama: "Ci siamo conosciuti...quando?" "L'altro ieri, tipo". "Eh, già".

 

Bonaparte per Obama

C’erano anche volontari europei: ho conosciuto un paio di studentesse danesi che hanno deciso di “lavorare” qui per un mese nel bel mezzo di un giro per gli Stati Uniti. “La cosa che ci colpisce è il modo in cui ci reclutano”, mi hanno detto. “Non bisogna essere nessuno in particolare, non bisogna nemmeno essere iscritti al partito. Noi non possiamo nemmeno votare. Ma la campagna di Obama si basa su uan flat structure: anche il minimo contributo è apprezzato.”

Helene & Line: turiste belle impegnate

Il muro di ordinaria gloria

Non so in quale paese mi sveglierò fra 48 ore, ma a me piace quello in cui mi corico stanotte.

 

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Il karma cartone

E’ una di quelle condizioni universali per la quale sono certa che esista un nome in tedesco: il bisogno—la chiamerei pure una compulsione—di riempire gli spazi vuoti.

Chiediamo a una qualsiasi donna che si sia mai comprata una lussuosa borsa “stile hobo” per poi trovarla, due settimane dopo, inspiegabilmente riempita con calze spaiate, merendine e piccoli elettrodomestici; o a un qualunque viaggiatore che, non trovando una borsa di piccole dimensioni, sia partito per 36 ore con una valigia stracolma. Nonostante le nostre migliori intenzioni o le proprie predilezioni estetiche, sembra che noi esseri umani seguiamo lo stesso principio delle sostanze gassose: ci allarghiamo finché ce lo permettono i confini esterni.

Riempire gli spazi — scatole e valigie, stanze e appartamenti — per poi svuotarli e riempirne altri — diversi e nuovi — è ormai un tema ricorrente nella mia vita. Il che mi lascia disperata perplessa: ci sono pochi passatempi che trovo maggiormente odiosi che l’atto di fare e disfare le cose. Sarei quasi più felice a pulire le scale in ginocchio che a dover preparare una valigia e sono disposta a pagare delle cifre esorbitanti per l’affitto annuale di un armadietto in piscina pur di non dover svuotare e riempire la borsa da nuoto tre volte a settimana.

Il che fa quasi piangere ridere se penso al fatto che ho cambiato continenti – non città, non case, non piscine, ma continenti – sei volte da quando ho vent’anni. Come mai questa propensione a svuotare e riempire confini esterni ha caratterizzato la mia vita da adulta? Cos’è questo incubo ciclo karmico che mi spinge a girare il mondo come una tartaruga quando sarei, nel mio vero intimo, un animale da tana? Non è tanto il cambiare lingua, abitudini e amicizie che mi destabilizza, ma il dover continuamente fare mente locale su ciò che ho, ciò che ho lasciato, e ciò che mi serve. La cosa ironica è che in confronto a quasi qualsiasi altra cittadina occidentale della mia età e classe sociale, ho obiettivamente pochi effetti personali, eppure pare che io stia sempre in mezzo a un inventario. E per una donna borderline iper-sensibile come me, fare l’inventario anche delle cose più banali e tangibili diventa ben presto un processo esistenziale.

Foto: Emilio Scoti

Quest’estate, mentre il mio benamato cercava di convincermi che il mio futuro era con lui (e, quindi, a Milano) e non a San Francisco (e, quindi, senza di lui), io più di una volta ho sollevato la questione dei confini esterni, di karma cartone. “Non è tanto l’idea di tornare in Italia che mi blocca”, gli dicevo, sinceramente turbata, “quanto l’idea di dover svuotare, riempire e poi ri-svuotare tutte quelle scatole che sono ancora chiuse in cantina. Se penso a tutto quello scotch mi viene un malore”.
“Fammi capire: tu, che dovevi essere questa grande romanticona, rinunceresti a una storia d’amore come la nostra perché non hai voglia di smanettare con un po’ di scotch?” mi diceva lui, orripilato. “Spero che tu stia scherzando”,
“Neanche tanto”, gli rispondevo, già impotente davanti al mio evidente destino. “Sappilo”.

E, quindi, la settimana scorsa ho compiuto ciò che per me era impensabile. Con un atteggiamento zen (allungato con del buon Sauvignon Blanc), ho finalmente finito di aprire e svuotare quei dodici scatoloni di svariate dimensioni che sono state spedite a San Francisco dieci mesi fa— e ho “decantato” ciò che ritenevo “essenziale” per poi richiuderlo in sei scatole di dimensioni più contenute, le quali ora sono già ripartite per il lungo viaggio transatlantico verso l’Italia. Diciamolo pure: se i miei oggetti inanimati fossero personaggi letterari, sarebbero più “di mondo” dei protagonisti nei romanzi di Henry James.

E poi, onestamente, come si distingue nel 2012 l’essenziale quando una gran parte di ciò che riteniamo importante è composto da pixel e si conserva nelle cloud? Secondo quale criterio dovevo scegliere ciò che andava rispedito e ciò che veniva lasciato indietro?

Beh, secondo il criterio degli spazi vuoti, ovviamente. Con molta esperienza, dedizione e una buona dose di nonchalance forzata, ho deciso semplicemente di riempire sei scatole da tre piedi cubi l’una —perché era quello lo spazio che mi potevo permettere avevo a mia disposizione. Mi sono assicurata che ogni scatola fosse di un peso maneggevole, con la roba ben distribuita—non dimenticando mai di includere sempre un bel sacchetto profumato di gelsomino—e poi l‘ho chiusa bene con molto, ma moltissimo scotch.

E’ inutile chiederci di essere ciò che non siamo.

Certo, avere dei bei programmi solidi è sempre un buon punto di partenza, ma quando poi succedono gli imprevisti, noi essere umani aderiamo allo stesso principio delle sostanze gassose: ci disperdiamo finché ce lo permettono i confini esterni. Per quelli come me, poi, quelli con il karma cartone, bisogna ricordarsi che l’inventario essenziale è molto più semplice di quanto si voglia credere:  borse molto piccole, cuori molto grandi e una bella scorta di scotch sempre a portata di mano.

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Perché San Francisco mi ricorda Beyoncé

Anche se indubbiamente gratificante per i tuoi occhi e il tuo ego, avere una compagna bellissima deve essere a volte inquietante.

Non sto parlando di stare con una molto carina, magari un po’ civettuola, con cui i maschi flirtano volontieri. Sto parlando di avere una storia seria e di lunga data con una donna che è obiettivamente una delle più grande fighe sulla faccia della terra. Come deve sentirsi un uomo, mi chiedo, svegliandosi ogni mattina insieme a una così? (Sono sicura che anche il mio fidanzato se lo chiede).

M'identifico molto con Jay-Z

Sicuramente, dopo il primo periodo incredulo, inizi ad abituarti alla sua bellezza, al suo fascino. Come sicuramente ti abitui a vederla con gli occhi degli altri addosso. Compatisci quelli che si invaghiscono di lei e avrai anche accettato l’idea che quasi ogni uomo che incontra la tua donna — anche quelli felicemente sposati — avranno fantasticato per qualche minuto sull’idea di scappare via con lei. Non è colpa di nessuno; anzi sarebbe strano il contrario.

Curiosa e fatta strana come sono, sono molto più intrigata da come ci si deve sentire a essere il marito di una come Beyoncé che essere Beyoncé stessa. Ma, a volte, penso che non sia molto diverso da com’è vivere (e nascere) a San Francisco. Voglio ben sperare che Jay-Z non dimentichi mai quant’è fortunato, ma sappiamo tutti quanto la quotidianità può rendere qualsiasi cosa meno luccicante. In quei momenti, vedere questa bellezza tramite gli occhi di qualcun altro può servire come un gentile reminder.

Recentemente, ho passato una serata molto piacevole con un fanciullo Italiano delizioso, che è qui in visita per due settimane. Nato a Roma, ha vissuto in Lussemburgo, a Milano e Berlino: è un uomo di mondo, abituato anche bene. Ma, dopo soltanto sei giorni a San Francisco, si vedeva che era rimasto bello colpito. Sorrideva tanto, camminava col passo leggero, in macchina fissava fuori dalla finestra, con uno sguardo remoto e gli occhi vitrei. A ciò che pensavo fosse fine serata, lui ha proposto di andare al parco e bere due birre sotto le stelle. Sospettavo che avesse qualcosa importante da dirmi.

Seduti fuori nella notte calda di inizio ottobre, a Dolores Park, dopo una mezza birretta, il mio amico Italiano ha confessato: “Sono tentato di mollare tutto e rimanere qui a San Francisco. E’ una città fantastica”.

Con rispetto per lui e i suoi sentimenti, ho fatto del mio meglio per sembrare sorpresa. Nessuno vuole sentirsi prevedibile o poco originale quando ci sono delle grandi emozioni in gioco.

Ma ecco il punto. A me sembra che invaghirsi di San Francisco adesso sia come invaghirsi di Beyoncé. Non è che sia sbagliato farlo: è che sarebbe strano il contrario.

Quest’anno, Beyoncé è stata dichiarata “The World’s Most Beautiful Woman” da People Magazine, e due settimane fa, Business Week ha premiato San Francisco come The Best City in America. Non fraintendetemi: io ero orgogliosissima della mia città natale, come immagino Jay-Z lo è di quella gnocca di sua moglie. E poi, se tu sei la donna Beyoncé o sei la città San Francisco, non hai bisogno di una sciocca classifica in una rivista patinata per avere la conferma che il mondo ti guarda con brama ed ammirazione.

Perfino troppo bella

E se tu sei fra quelli che bramano e ammirano Beyoncé o San Francisco, i tuoi sentimenti non valgono meno soltanto perché facilmente condivisibili. Però…ammetto. Quando ho visto su Business Week quell’articolo elogiativo di San Francisco con le foto in tutto il suo splendore, ho provato una piccola fitta di possesso e pudore. Niente di drammatico, ma solo un po’ di sana gelosia verso una città che è diventata talmente figa che è quasi ingestibile.

Ci sono pochi uomini fortunati – e di certo non il mio fidanzato — che sapranno che cosa si prova alzandosi la mattina con una bella come Beyoncé.

Ma l’anno prossimo ci sarà un’altra donna sulla copertina di People, e un’altra città in cima alla lista di Business Week. E l’anno prossimo, avrò lasciato San Francisco per stare con mio fidanzato. Voglio ben sperare che lui non dimentichi mai quant’è fortunato, ma sappiamo tutti quanto la quotidianità può rendere qualsiasi cosa meno luccicante. Per questo, ho stampato l’articolo di Business Week e lo porterò con me quando ritorno a Milano. Forse può servire ad entrambi come un gentile reminder.

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La stagione fuggente

Angeli, spiriti, unicorni. L’estate a San Francisco.

Scometterei ciò che volete che il mondo contenga più anime che credono nell’esistenza dello Yeti che nell’estate a San Francisco. Come vedere un UFO o una stella cadente, beccare la “stagione” estiva nella City by the Bay è tutta una questione di essere nel posto giusto al momento giusto. (Ma poi farlo credere alla gente è tutta un’altra storia.).

Il momento giusto, come sanno la maggior parte dei turisti non è né giugno, né luglio, né agosto. Prima che il mio benamato venisse a trovarmi da Milano quest’agosto, gli ho mandato una “packing list”. Eccone un estratto:

1 maglione lana
1-2 maglioni cottone pesante
1 felpa
1 gilet di lana leggera (tipo elegante per la sera)
1-2 sciarpe (Non posso enfatizzare troppo l’importanza delle sciarpe. Fidati)
1 giacca a vento foderata
Ti direi portati un cappello ma so che non li metti
Ah, e non dimenticare le calze: SO CHE Lì FA CALDO MA QUA NO.
Insomma: fai la valigia come stessi andando a Trieste, a fine ottobre. Ok? Bene.

Certo: puoi avvisarli, aggiornarli, ricordarli che Mark Twain non stava ironizzando per niente; puoi mandarli le foto e il meteo tutti i giorni— ci sono 14° oggi, tesoro— ma i turisti che arrivano a luglio o agosto da Milano, Roma, Parigi – ma anche da New York, Boston o Los Angeles— non ti crederanno finché non scendono dall’aereo vestiti di cotone e lino e si beccano una nebbia e un vento che farebbero scappare pure i residenti di Avalon.

“Guarda, è tutto bellissimo qui, tutto meraviglioso, tutto totalmente pazzesco”, mi ha detto il mio benamato dopo solo trenta ore. “Ma fammi capire: voi vivete senza un’estate. Come si fa?”
“Non è che non ci sia l’estate”, Gli ho detto — e ho dovuto ripeterlo svariate volte nell’arco delle tre settimane che era qui — “E’ che non arriva in estate. Arriva dopo. Tipo a fino settembre o ottobre. E poi dura tipo qualche giorno”.
“Ma quella non si chiama una stagione, si chiama una settimana anomala”, lui mi risponde.

Ho provato a spiegargli i motivi meteorologici dietro questo nostro clima improbabile, ma purtroppo non li capisco nemmeno io fino in fondo. Ho borbottato un paio di volte “marine layer” e “microclimate”, sperando di sembrare autorevole e credibile. Ma poi il mio benamato è tornato a Milano a fine agosto, felice finalmente di potersI godere di un po’ di sole. “Ero in carenza di vitamina D”, mi diceva dopo una domenica in piscina, subito dopo il suo rientro. “Mai e poi mai sono arrivato in ufficio a settembre con questo pallore”.

La NASA conferma: sole appena fuori, nebbia in centro

 

“Aspetta, ci siamo quasi”, l’assicuravo quando mi prendeva in giro sul Skype a metà settembre, ancora vestita a cipolla. “L’estate è in arrivo. Me lo sento”. Ma una parte di me dubitava. In fine dei conti, sono quasi 15 anni che non passo un’ Indian Summer a San Francisco: E se magari davvero non arriva? Se forse me la ricordo male? E’ possibile arrivare a Halloween senza aver mai indossato un prendisole o un paio di sandali? La settimana scorsa mi sono resa conto di essere un po’ giù di tono: le mie lentiggini erano sbiadite, i capelli più scuri del solito, le gambe color yogurt. Mi sentivo un po’ come quella donna disperata dipinta da Lichtenstein: “Oh my God, I forgot to have… a summer!”

Ma invece, oggi, il 1 ottobre: meglio tardi che mai, giusto? L’estate è arrivata con furore — ovviamente di lunedì: un bel 34° in città, la gente impazzita, donne che girano mezze nude, i surfisti che entrano in acqua senza la muta. Oggi la notizia impazziva sui social network, gli status update elogiavano l’arrivo del SUMMER IN SF!! con tanto di foto; una mia amica — freelance anche lei — mi chiama alle dieci del mattino.“Senti, se andiamo a Chrissy Fields oggi invece di lavorare? Io un tuffo magari nella baia lo faccio”.

Vi è  mai capitato di stare svegli tutta la notte di San Lorenzo, senza vedere una singola stella cadente? Ecco. Io sto aspettando il caldo da quattro mesi e proprio questa settimana sono fuori San Francisco, nei boschi cento miglia a nord. E’ bello, per l’amore del cielo. Ma fa freschino — qui è già l’autunno.

“Ma no! Com’è che sei fuori città? E’ finalmente arrivata l’estate! Tu che ne dubitavi poi”, mi diceva l’amica. “Quand’è che torni?”
“Giovedì mattina”, le ho risposto, voce priva di entusiasmo. Intanto, so che cosa sta per dirmi.
“Vediamo…Ah. Giovedì danno sedici gradi con le nuvole”.

Ora mi faccio due passi nei boschi alla ricerca dello Yeti.

 

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Spaesata Style

Ovvero: Quando si vede che “non sei di qua”.

"Non mi rompere sono della zona"

L’altra sera mi sono trovata in un locale qui a San Francisco. Parlando con un tizio del più e del meno–il solito che fai e di dove sei e tutto il resto–è venuto fuori che ho trascorso quattordici anni in Italia, e che stavo per tornare a fine anno. Non appena ho detto “Milano”, la sua espressione si è trasformato, come se si fosse chiarito una questione inespressa. “Ahhhh, ok”, mi fa, scrutandomi dagli capelli ribelli raccolti a caso, alle scarpe verde di camoscio con i fiocchi gialli sulle punte: “Allora è per quello”.
“Che cosa?”
“Niente, è che si vede da come ti vesti che non sei di qua”.
“Ma se ti ho appena detto che sono nata e cresciuta qua. Io sono di San Francisco”.
“Lo so, lo so. Ma si vede che sei stata a Milano per un sacco di tempo”.
Questo mi ha suscitato un sorriso.”E si vede che tu non sei mai stato a Milano” gli ho detto, col piccolo sbuffo rassegnato.
“E’ vero. Perché?”
“Perché lì la gente mi diceva sempre la stessa identica cosa”.

Ora che la Settimana della Moda si è conclusa a Milano (e si è cominciato la San Francisco Fashion Week — giuro, non è uno scherzo) vorrei fare una piccola meditazione sull’argomento, tanto frivolo quanto rivelatore.

Non esistano due posti più agli antipodi dello stile come Milano e San Francisco. Con la sua mancanza di stagioni, regole, e schemi, i nativi di San Francisco si vestono a seconda della necessità e convenienza: perché non girare comodi, data l’alta probabilità di incontrare colline e vento da un momento al’altro? A Milano, invece, perfino le signore di una certa età sanno camminare impettite con i tacchi sul pavé, sotto la neve. A San Francisco, esci la sera e trovi la gente che sembra vestita per la palestra, il che è deprimente: Veramente? E’ venerdì, non potevate sforzarvi nemmeno un po’? A Milano, la palestra è estenuante perché la gente si veste come stesse per uscire la sera: Ma non mollate mai? Dove credete di essere? I portinai nelle zone bene a Milano mettono la giacca e la camicia ogni giorno; Mark Zuckerberg non è riuscito ad annodare la cravatta come Dio comanda neanche il giorno del suo matrimonio. Basta pensare soltanto alle griffe nate da ciascun luogo: da una parte abbiamo la Levis; dall’altra, Prada.

Made in S.F.

Made In Milano

I Levis mi stanno male; Prada è troppo cara. Sono una tipa da piscina, non da palestra, e le griffe non m’interessano. Detto questo, come molte donne con l’indole creativa e l’anima anti-convenzionale, ho una passione per i vestiti—non necessariamente per la moda.

Credo che a Milano il mio stile fosse considerato di base eccentrico, con tendenze improbabili. Certo, a tacciarmi come “non da lì” non c’erano soltanto i miei pantaloni svasati color menta o la mia predilezione per gli orecchini a clip, ma c’era anche il mio nome, il mio accento, la mia carnagione e corporatura anti-Mediterranea a fare la loro parte. Qui a San Francisco, basta uscire con collant e collane per sentirmi dire, “Oh, you look so Italian!”. In una città dove il pile regna supremo, pare che “looking Italian” significhi possedere un ferro da stiro.

“E’ così rilassante vivere qua dal punto di vista del vestiario”, mi ha detto un’Italiana di origini Napoletane che vive a S.F. da dodici anni. Eravamo ad una festa di quarant’anni per tre espatriate italiche, in un locale a SOMA — una zona molto “in” — e si commentava il fatto che non c’era nessuna femmina “in tiro” come si sarebbe verificato in una situazione analoga in Italia. “Davvero”, continua, “ogni volta che devo tornare a casa per una vacanza vado in panico. Devo iniziare a pensare a come vestirmi e mi rendo contro che non sono più abituata. Perfino mio padre mi dice che questa città mi ha fatto diventare sciatta”.

Allora, l’idea di sciatta mi inorridisce: spero di rimanere attaccata alla mia vanità finché campo. Però mi sa che — anche dopo altri quattordici anni passati a Milano o anche se non dovessi mai più mettere piede fuori dalla Bay Area — non riuscirò mai ad azzeccare lo stile locale. A Milano sarò sempre troppo peculiare; a San Francisco sarò sempre inutilmente “fancy”.

E vi svelo anche un segreto. Sebbene la mia borsa da piscina non sia di marca, e anche se non passo ore nello spogliatoio a mettermi le creme e smanettare con il fon, ammetto che prima di entrare in acqua — sia alla YMCA di San Francisco che ai Canottieri Milano — metto sempre un filo di rossetto.
Non si sa mai.

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Sola andata

Ho comprato il biglietto tre settimane fa.
Solo andata: San Francisco – Milano. Arrivo a fine novembre.

Ed è da tre settimane che cerco di scrivere un seguito al “Dilemma”. Sono tre settimane che cerco di mettere giù parole degne di questa scelta, parole che non risultino banali o pretenziose. Parole sostanziose e di spessore, ma non pesanti; parole ottimiste ma non superficiali. Parole non spaesate, ma ben piantate.

E non le trovo queste parole; non ancora. La verità è che non mi va nemmeno di parlarne—nemmeno con i miei amici più intimi e stretti. Che cosa c’è da dire, oltre ad affermare l’ovvio? Non c’è niente che renda tutto possibile—e al contempo impossibile—come l’amore. E’ l’unica risposta vera che ho. Ma proprio perché onesta è anche incompleta.

Quindi, con le mie carte in mano, gli occhi aperti, il cuore umile e grato, alzo bandiera bianca davanti a questa sfida scrittoriale. Vi svelo la prossima grande svolta, ma oltre non mi spingo.

Torno a fine novembre, e l’Italia non la lascio più.

Il finale è sempre la parte più importante di una storia. E se non viene da sé, vuole dire che manca ancora qualcosa d’importante.

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“Only in San Francisco”

Il motto

Si può dirlo con orgoglio o rassegnazione, con divertimento o perfino con disgusto, ma “Only in San Francisco” è un detto che torna utile in tante situazioni diverse. Di solito, però, ha a che fare con qualcosa di bizzarro e anticonvenzionale. O, meglio, qualcosa che sarebbe considerata bizzarro e anticonvenzionale (o addirittura illegale) in qualsiasi altro posto nel mondo, tranne qua — come i nostri ormai notori “nudisti urbani”.

Prendiamo lo scorso sabato come esempio. Un mio amico ha organizzato una festa un po’ particolare. Il tema era l’Arca di Noè, e tutti gli ottanta invitati dovevamo venire in coppia, travestiti da animali. La festa prevedeva un Duck Tour” di due ore su due di queste che abbiamo affittato per l’occasione:

iniziano come autobus, finiscono come barca. evviva l'età moderna!

 

Prima di imbarcarsi, però, la festa incominciava alle h15 a Dolores Park, un’oasi di in centro città dove la gente viene a fare picnic, leggere, prendere il sole, suonare musica e/o stravaccarsi con gli amici/cani/bambini. La scena a Dolores Park, in una giornata di fine settimana qualsiasi, è più o meno così:

Io e Jane, la fidanzata di mio fratello, ci siamo travestite da raccoon, o procioni (o forse si chiamano “orsetti lavatorei” in italiano? Non ho ancora capito). I raccoon sono molto comuni qui: se esci la notte per portare fuori il cane, li puoi incontrare per strada con quei terrificanti occhi gialli. Io li detesto. Anzi, se dovessi scegliere un animale da non salvare dal diluvio universale, sarebbe proprio il procione. Però era divertente lo stesso inventarsi un costume procionesco.

Dolores Park si trova a meno di due chilometri da casa mia: ci si arriva in un quarto d’ora. Visto che, dopo la gita in bus/barca, la festa si sarebbe conclusa in un bar dall’altra parte dalla città, non aveva alcun senso andare al parco in macchina. Per cui io e Jane siamo uscite di casa per le tre, entrambe vestite da orsetto lavatore: leggings nere; un top (molto improvvisato, tenuta insieme con le spille di balia) con la scollatura all’americana fatta di finta pelliccia grigio/nero; orecchie e coda lunga fatte della stessa finta pelliccia; la maschera da ladro e un naso nero dipinto con il mascara.

Ci vuole un bel coraggio pensavo, per uscire di casa — totalmente sobria — in un pomeriggio di sabato vestita da procione, per poi camminare 2 chilometri per le strade stracolme di gente verso un parco pubblico affollato. Si vede che con quel pelo sullo stomaco (letteralmente) e nascosta dalla maschera da ladro, mi sentivo più audace dal solito. Dopo cinque minuti di camminata con Jane al mio fianco, ci siamo accorte di una cosa eclatante.

Nessuno ci guardava. Sai cosa vuole dire nessuno? Nessun commento, nessuna domanda, nessuna foto scattata col iPhone, nessun saluto del genere: “Whassup, raccoon”. Niente. Nemmeno un mezzo sguardo.

Voglio dire: non è che c’era altra gente vestita in modo particolarmente strambo, quel giorno. Non era il weekend di Gay Pride, non c’era in corso la nostra rinomata ed edonistica mezza maratona, il Bay to Breakers.

Non ho visto nemmeno uno dei nostrani nudisti, nonostante il caldo insolito. No, è solo che la gente è talmente abituata a vedere cose bizzarre, che due donne travestite da procione mentre camminano con totale aplomb per la città non fa un plissé.

“Is it just me, or is nobody looking at us?” mi chiede Jane dopo cinque blocks. “Te lo confermo”, le rispondo. Abbiamo attraversato Market Street, una dei crocevia principali della città. Dai, andiamo, pregavo. Suonate il clacson. Fate qualcosa! Siamo PROCIONI e siamo SELVAGGE! Invece, nulla. “Vabbeh”, ha sospirato Jane. “I guess this normal, or something. Only in San Francisco, eh?”

Io, che a Milano mi sentivo gli occhi critici addosso se per caso salivo in bici dopo una lezione di yoga senza cambiarmi subito, ammetto di essere stata anche un pochino delusa. Ma cosa bisogna fare qua per sembrare eccentrica? (Poi mi sono risposta da sola: mettersi in tailleur, probabilmente).

Il nostro percorso pre-festa anti-climatica ha raggiunto suo apice quando, arrivando a Dolores Park e vedendo centinaia e centinaia di persone raggruppate con i loro plaid, ombrelloni, birre e bonghi, ci siamo messe a cercare il “nostro” gruppo, gli altri invitati alla festa dell’Arca di Noè. “Eccone uno!” mi dice Jane, indicando un uomo che stava camminando un po’ più in là con le orecchie da volpe in testa. “E’ una volpe, dai, chiediamo dove sono gli altri…”. Iniziamo a correre per raggiungere l’uomo-volpe.

“Hey, hi!” lo saluto quando arriviamo al suo fianco, sorridendo dietro la mia maschera. “Sai dove sono gli altri per caso?”

L’uomo-volpe si gira e ci guarda. “Hey”, ci dice. E poi: “…Quali altri, scusa?”

Dopo una brevissima pausa, Jane continua. “Sei qui anche tu per il Noah’s Ark Party…vero?” Dalla sua espressione, la risposta era già chiara. “Eh no”, ha detto, secco.

Cosa si può dire in una situazione del genere? Evidentemente, quest’uomo ama vestirsi da volpe di sabato, quando va al parco. Necessita di un motivo preciso? Certo che no. Siamo a San Francisco. “Ah…” dico. “Allora, scusaci. E…buona…continuazione”. E così, l’uomo-volpe è sparito fra la folla.

Alla fine, il nostro branco di animali l’abbiamo trovato. Dopo aver ballato e bevuto per un’ora e mezza al parco, sono arrivate i Duck Boats e siamo salite — due a due come nel Vecchio Testamento — a bordo. Il nostro capitano era vestito da panda. Ci ha portato in giro per tutta la città, con la musica a palla mentre tutti noi — scimmie e serpenti, leoni e zebre, pinguini, meduse, e anche quattro Noè diversi — ballavamo come dei posseduti. Doveva essere un gran bel spettacolo — qualcosa di particolarissimo, strano, illogico, allegro e stravagante.

Spero che almeno i turisti ci avranno fatto caso.

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Tifare da remoto

soltanto la mia body language vi dice tutto

Come vi ho già ammesso, non sono mai stata la più assidua delle tifose di calcio. Anzi, vi dico una cosa orrenda e pessima: in quei quattordici anni in Italia, tendevo a cambiare la “mia” squadra a seconda del fidanzato — passando dal Bologna al Milan, dall’Inter (una fase che non mi ha mai convinto del tutto) alla Juventus. Ma è sempre più facile per una fan banderuola come me quando si arriva ai Mondiali o gli Europei: ci si veste di azzurro e si tira fuori l’italianità inside.

Seguire il calcio è anche particolarmente godibile a San Francisco, dove in estate la maggior parte della gente parla soltanto di baseball e dove, per via del fuso, le partite vengono trasmesse negli orari più scomodi e assurdi. Erano anni — vabbeh, precisamente due, visto che ero qua a fine giugno anche nel 2010 — che non bevevo una pinta di birra prima di mezzogiorno. E anche se a me non piace particolarmente ne’ la birra, né gli sport di squadra, ritrovarsi in un bar al mattino con altri spaesati che urlano in lingue straniere quando si emozionano fa esaltare la parte pagana che e’ in me.

Sia ieri che giovedì, quando ho condiviso con grande gioia la “conquista” della Germania, sono andata semplicemente al bar sull’angolo della mia strada, un certo Danny Coyle’s: è un posto di ritrovo per i patiti di sport (ci sono sei maxischermi per circa 100 metri quadrati di locale), per gli irlandesi del quartiere, e per la gente tatuata. Diciamo che non è un posto che frequento regolarmente e di certo non è un posto dove andrei da sola la domenica mattina. Ma quando mi hanno finalmente fatto entrare (c’era pure la coda fuori), e quando, cinque minuti dopo, ho preso il primo sorso di un’enorme Bloody Mary — ricordandomi solo in quel momento di non aver ancora fatto colazione — ho pensato ad un’Italia accaldata e speranzosa in una serata estiva ed afosa, agli amici lontani con le loro pizze e birre, ed ero felice di essere circondata dagli estranei. In quel momento volevo essere da sola in mezza alla gente sconosciuta. Non volevo vedere nessuna faccia familiare, volevo sentirmi in un “non posto” per trascorrere 90 minuti di ciò che era per me una specie tempo straordinario.

Visto che non ero lì con nessuno, mi sono sentita perfettamente al mio agio urlando “E vai…vaiiii!” o “Fai qualcosa, Dio bono!” o “MA CHE? NO! NOOOO”…per tutto il primo tempo. C’era un ragazzo di fianco a me (tatuato, ovviamente) che continuava a guardarmi mentre mi mettevo le mani fra i cappelli, gridando in italiano. Solo quando Alba ha segnato il secondo goal e mi sono lasciata scappare un lunghissimo “SHIIIIIT! GOD DAMMIT!”, si è girato verso di me con un strano sorriso. “Ah. Le parolacce le dici in inglese, però”, mi ha detto in inglese. “Eh? Ah. Oh, yeah. Sure”. E poi, di nuovo, il goal trasmesso in replay. “DAMMIT!” ho ripetuto, anche io in replay.

“Infatti, non mi sembravi italiana. Però ti vedo molto entusiasta”. “Beh, ho vissuto lì per un sacco di anni. Sono tornata di recente”, gli ho spiegato. “E’ forse l’entusiasmo aumenta con la distanza. La cosa buffa è che non sarei mai andata in un bar per vedermi la partita da sola in Italia”.  “Distance is weird like that”, mi fa. E poi ci siamo rigirati verso le schermi.

E’ proprio una cosa strana, la distanza. Dal mio atteggiamento quasi apatico in Italia, questa settimana a San Francisco mi sono comportata da vera seguace del calcio. Ieri, dopo quegli ultimi dieci minuti davvero tragici, ero nervosa e in cattivissimo umore. Le condoglianze in forma di sms sono arrivate dagli amici e perfino mia madre mi ha chiamato per dirmi “I heard the bad news about Italy, sorry honey”. Una parte di me, però, era contenta — o meglio, sollevata — che la “mia” squadra avesse perso. E’ tremendo ammetterlo, lo so, ma sarebbe stato molto più triste essere felice da sola da qua, che triste da sola da qua. Visto che il calcio è anche metafora di vita, forse, almeno in questo, non c’è proprio nulla di così strano.

 

 

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