Lontana soltanto un sì

Ed eccomi, di nuovo.

Mi sono assentata qualche settimana; non era la mia intenzione.

La verità è che sto aspettando di sapere l’esito d’una serie di colloqui per un lavoro (obiettivamente molto figo) che voglio tanto-tantissimo, e per il quale sarei (sempre obiettivamente) perfetta-perfettissima. Pensavo che l’attesa di questo “sì” sarebbe molto meno lunga. Anzi, ero sicura –  tre settimane fa ormai – che sarebbe stato una questione di giorni. “Aspetta a scrivere un post nuovo”, mi dicevo, “finché non arriva il ‘sì’ che t’aspetta, e sarai felice, orgogliosa, e piena d’entusiasmo. Così compenserai un po’ per quel ultimo post, che è stato un po’ pesantuccio e triste”. Sapevo che, dal punto di vista narrativa e blog-isitca, ci voleva finalmente un “sì”: un piccolo segno di buona notizia dovrebbe apparire nella mia vita e sul questo schermo, e presto. Dopo quasi tre mesi da quando mi sono “rimpatriata”, è giunta l’ora di svoltare.

 

anche senza lettere si capisce benissimo

E la svolta in questo momento può essere soltanto un buon lavoro: nel specifico, questo lavoro. Un lavoro per il quale sono felice di uscire di casa la mattina, vestita un po’ carina (o almeno, in modo mio); un lavoro che mi dà la possibilità di conoscere gente diversa, che m’insegna  qualcosa di nuovo; un lavoro che mi fa scoprire una zona sconosciuta di questa città fatta d’angoli a me ancora nascosti; un lavoro che mi fornisce d’aneddoti divertenti o snervanti da raccontare; un lavoro che mi chiede di scrivere (in inglese peraltro!); un lavoro che farà la colla fra me e ciò che mi circonda. Per poi non parlare di quattrini (avreste capito ormai che a me non piace parlare tanto dei quattrini?). E l’unica cosa fra me e tutto questo, è una piccola-piccolissima parola fatta di soltanto due lettere: s-ì.

Si sa, ovviamente, che il lavoro non è tutto nella vita (e nemmeno lo sono i quattrini):  una vita piena e soddisfacente è fatta di mille altre cose. Ma purtroppo, quando ci si trova senza, anche quelle mille altre cose rischiano di andare in stallo. Sto cercando — anche in questa assenza lunga tre settimane dal blog — di non andare in stallo, di tenermi sempre occupata mentre aspetto il “sì”: ammetto che più di una volta sono andata al cinema alle due di pomeriggio solo perché posso, che sono andata a ballare di lunedì sera per lo stesso motivo, che passo le domeniche a stancarmi giocando con i bambini non miei, e che non sono mai stata così in forma, grazie alle nuotate epiche quasi quotidiane. Per coerenza karmica, e per evitare qualsiasi tipo di confusione universale, in questo periodo sto facendo attenzione a non dire mai “no” a niente o nessuno: a qualsiasi risposta o richiesta, la mia risposta è sempre sì. “Hilary ti va di…?” . “Hilary mi faresti un…? Sì. “Hilary, riesci a…?” Sì, sì. “Hey lady, spare a dollar for the bus?”

Sempre sì.

“Goditi questo momento”, mi dicono in tanti, “perché non durerà per sempre. Quando anche tu devi andare in ufficio ogni mattina, ti mancherà questa libertà”. Magari, voglio rispondere. Tutta questa “libertà” – mischiata con scelte drammatiche che inevitabilmente comportano una lunga e straziante seria di i dubbi esistenziali e sentimentali–  può trasformarsi molto facilmente in una bella padellata fatta di ansia e rimorsi. L’unica cura possibile? Un “sì”. Una unica, magica, potentissima sillaba. Datemi soltanto quella sillaba e a tutto il resto ci penso io.

La cosa frustrante, e che mi sento così vicina a questo “sì”, che la vedo e la sento chiaramente. Ogni volta che squilla il telefono, mi chiedo: è questo lo suono del sì?

Non so quando mi arriverà questa benedetta , e la voce della donna da cui l’aspetto non mi è ancora molto familiare. Ma nel frattempo, mi sono inventata una colonna sonora — fatta da una canzona sola — per tirarmi su di morale. Da qualche giorno è diventato una specie di tormentone di primavera personale. Non so da dove è arrivato: un giorno mentre facevo la doccia dopo una nuotata epica, ho iniziato a canticchiare il brano “It’s Just a Shot Away”, ma con le parole del ritornello cambiato: “I’m Just a Yes Away, I’m Just a Yes Awaaay yay…”.

Se volete aggiungere una vostra voce al coro, anche da lontano, sarei infinitamente grata. Ma proprio grata-gratissima.

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sii qui, ora!

vivere nel presente, la spaesata style

“Be Here Now” è il titolo — non solo del album seminale degli Oasis uscito in 1997 — ma di un libro di spiritualità, yoga e meditazione scritto dal maestro Ram Das in 1971. Il CD di Oasis l’ho comprato non appena uscita e conosco tutti i brani ancora a memoria; il libro non l’ho mai letto. Ma ne ho letto altri, simili. E benché non potrei certamente definirmi buddista (ammazzo regolarmente gli insetti, mangio gli animali, la reincarnazione non mi convince),  riconosco in pieno l’importanza di vivere nel presente. Di non agire dalla paura del futuro o dal rammarico del passato, ma di cercare di cogliere le bellezze e le occasioni, le sfide e i dolori, che si presentono quando ti colleghi in modo completo a ciò che ti circonda.

Ok. Questo, intellettualmente, capisco.

Ma metterlo in pratica non mi viene sempre bene. Ci provo, davvero. In modo mio ci provo da molto tempo. Pratico lo yoga irregolarmente ma con grande convinzione da più di quindici anni, e non lo faccio come un’alternativa alla palestra. M’avvicino (e m’allontano) dalla meditazione svariate volte all’anno da svariati anni. Ma forse mi manca un filo di disciplina: come tutti gli buoni abitudini che migliorano la qualità dalla vita profondamente ma invisibilmente, la meditazione è la prima cosa che viene sacrifica proprio nel momento in cui si ha più bisogno.

E ne avrei parecchio bisogno, “qui e ora”. I miei pensieri svolazzano via in continuazione, si diffondono nell’aria, e — sì, è brutto dirlo, ma m’inquinano —  come la polvere sottile che pativo così tanto a Milano ogni volta che salivo in bicicletta. Mi ricordo vivamente la sensazione che avevo negli ultimi anni — la sensazione che a Milano mi mancava l’aria, che tutto intorno a me sembrava sporca e trascurata. Ma ora, che sto vivendo da nove settimane in un posto dove l’aria è buona, dove si percepisce una cura collettiva per l’ambiente — mi manca l’aria lo stesso. E i miei pensieri sono…impuri. Mi portano altrove. E mi chiedo: essere apolide è una condanna a vita? Una volta, quando ero più giovane, mi sentivo che non appartenere a nessun mondo era una ricchezza, una “in più”. Ma ora temo che vorrà dire vivere in una sorte di purgatorio eterno. E che non riuscirò mai ad essere “qui ora” perché non ho una “qui”, ma due. Per levarmene una di dosso dovrei dimenticare — ma io detesto dimenticare. E difatti, non dimentico mai niente.

Tutti mi dicono: devi portare pazienza, devi darti del tempo. So che è vero. So che costruirsi una nuova vita (specialmente dopo una “certa età”) non è come fare un budino in scatola: non basta aggiungere l’acqua e aspettare qualche oretta. Una vita adulta, completa, è fatta da tante cose — interne ed esterne: soddisfazioni e speranze, progetti ed ambizioni, case e lavori, amici e amori. In questo momento, tutto questo è in una specie di limbo: sto cercando un lavoro che mi piace; dopo posso cercarmi una casa. Sto cercando di capire quali sono le mie speranze, sto provando a mettere in atto dei progetti concreti, sto conoscendo persone che forse diventeranno nuovi amici. Sto frugando in un cappello ma il coniglio bianco ancora non c’è. So che niente succede per magia — ma a me basterebbe un mezzo miracolo, anche uno prosaico.

Ogni giorno mi devo ricordare che sono tornata alla mia città di nascita perché pensavo — perché sentivo profondamente ed intimamente — che sarebbe meglio per il mio futuro. Ma forse una parte di me pensava di poter saltare un pezzo del mio presente, questa parte: qui e ora. C’è un piccolo problema, ahimè: a differenza di un libro (che sia buddista o meno), nella vita non si può saltare qualche pagina solo perché hai voglia di portarti in avanti più velocemente.

“Essendo qui ora” vuole dire leggere ogni maledetta parola, amici miei. Anche quelle superflue e inutili, quelle scritte male e scorrettamente, e perfino quelle sbagliate.

 

 

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uno, due, tre… c__o!

 

Una delle cose che la gente ti chiede quando sai esprimerti in una lingua straniera con evidente scioltezza è: “ma in che lingua sogni?” Non so precisamente quando ho iniziato a sognare in italiano, ma mi ricordo perfettamente la prima volta che qualcun’altro se n’è accorto. Una mattina, il mio fidanzato di allora mi ha svegliato dicendomi che la notte prima parlava “un sacco nel sonno”. Anche prima di potermi scusare, lui ha aggiunto il vero dettaglio rivelatore: “e stavi parlando in italiano”. Sembrava piuttosto impressionato. “Era anche più corretto del solito”, ha detto. Misteri del subconscio.

In tutto ciò, ci sono due cose che ho sempre fatto nella mia madre lingua: contare e dire parolacce. Per anni ho lavorato in una libreria, e benché passavo le giornate a rispondere al telefono, consigliare dei libri, ordinare altri libri e cercare titoli di altri libri ancora — tutto sempre in italiano — quando arrivava l’ora di chiudere le porte e contare tutti i soldi nella cassa, calcolare i bancomat e le carte di credito, preparare la busta per il versamento in banca, passavo naturalmente al inglese. Una volta, sentendomi fare il “five, ten, fifteen, twenty…” con le monetine di cinque centesimi, il mio collega Jacopo mi ha chiesto perché i numeri per me fossero sempre anglofoni. Anche la mia risposta suonava meglio in inglese: “Because, no matter how long you live somewhere else, you always count and curse in your own language”. Ci ha sembrato una spiegazione molto logica.

Naturalmente, le parolacce sono una delle cose che si impara per prima quando vai a vivere in un altro paese. Come sappiamo, l’italiano è meravigliosamente ricca di parole che non andrebbero mai detto in gentile compagnia. L’elenco è vasto e io credo di aver stabilito un rapporto familiare ed intimo con quasi tutti i evergreen. Nel contesto di una conversazione/discussione/litigio furioso, ovviamente, usavo quelle italiane: “E’ proprio una st__za”; “Che c__o vuol dire??”; (e la più bella) “Non mi rompere la mi__ia!”. Ma quando non c’era tempo per un filtro cognitivo (l’esempio classico milanese: quando qualcuno apre la portiera della macchina quando tu stai passando accanto in bicicletta), l’unico possibile espletivo che una buona Yankee possa dire è: YOU FUCKER!

Ed ecco, era proprio in una situazione di “road rage” (l’ira di strada) in cui ho confutato la mia teoria di “counting and cursing” l’altro giorno. Stavo guidando nella corsia più a sinistra — quella dove in teoria, vai più veloce — e proprio davanti al semaforo verde al incrocio, la macchina davanti a me si è rallentato per girare a sinistra. Senza mettere la freccia. LA RAGIONE PER CUI NESSUNO A SAN FRANCISCO SA USARE LE FRECCE QUANDO GUIDA sarà sicuramente il soggetto di un post futuro. Ma per ora, la parte illuminante di questo discorso è che la prima cosa che mi è uscita di bocca — senza alcun filtro cognitivo — era un italianissimo “SEI UN COGLIONE!”

not me, ma quasi

 

M’ero un po’ stupita: ho detto “sei un coglione”!, pensavo con meraviglia, mentre suonavo il clacson. Che strana cosa. Poi sono arrivata alla piscina dove ho passato la mia mezz’ora di nuoto a pensare alla mia teoria di counting-and-cursing e quanto perfino la logica più stringente sia a volte fallibile.

Siccome l’universo cerca sempre di fare tornare i conti, quando ero di nuovo in macchina per tornare a casa, questa volta ero io la causa di road rage. Al angolo di un incrocio, con LA FRECCIA ACCESA CHE SEGNALAVA LA MIA INTENZIONE DI GIRARE A DESTRA, mi sono stufata di aspettare una donna cinese anziana che stava — con dei passi da chihuahua artritico — cercando di attraversare. C’erano ancora almeno quattro metri fra lei e l’angolo dove m’ero fermata. Ho deciso di girare, e ho girato. E sai che cosa ho sentito dal finestrino aperto? Una voce stridente che urlava, con quel accento asiatico dove la lettera “R” non gioca nessun ruolo, una chiarissima e convintissima: “YOU FUCKA!!”

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Nessuno è profeta in patria

perché Toto? la spiegazione è sotto*

Insieme alla Pasqua cristiana, si è appena conclusa la mia festa preferita da fiera-ebrea-laica-apolide, La Pesach. Adoro “Passover”: è una festa che si celebra rigorosamente non a sinagoga, ma a casa, in famiglia. E’una festa in cui si racconta una storia dura e triste ma anche speranzosa e senza una vera fine. E’ una festa in cui si canta, si mangia, e si beve — seguendo l’ordine di Dio! — quattro (almeno) bicchieri di vino. Intrigante, vero? Volete sapere di più? Leggete qua o magari qua:  questo “post” è già in ritardo, e la storia del Esodo è piuttosto lunga, la festa in sé dura 8 giorni, e soltanto per fare la Sedar come si deve (che è il nome del pasto-rito di Pesach) ci vogliano incirca tre ore. Vi voglio troppo bene per  sottoporvi ad un discorso didattico in questo momento. (Update: per quelli anglofoni, vi chiedo vivamente di guardare la Passover vs. Easter sketch del Daily Show che è andata in onda lunedì. Geniale).

Le feste possano essere momenti difficili per quelli che vivono al estero. Quando ci si trova, diciamo, in un momento di “non coppia”, il rischio di solitudine è alto: non fai parte di un’altra famiglia per vie affettive, e la tua famiglia di origine è irraggiungibile.  In quattordici anni, ho passato più di un Natale da sola (e una, particolarmente desolante, quando ero pure “in coppia”). E anche se Natale non è la festa in cui m’identifico di più, è dura lo stesso. Cerchi di convincerti che è “soltanto una giornata”, che “comunque non sono cattolica”, che “passerà in fretta”, che “che bello, così preparo un bel ragù!”, che “dai, faccio due passi in centro quando non c’è nessuno”, ma la realtà è che stare da sola in un momento come il 25 dicembre o la domenica di Pasqua — specie in Italia– è alienante. Lo è, lo è, lo è. Anche per una fiera-ebrea-laica-apolide che è abituata a farsi una ragione.

che bello fare due passi in centro quando non c'è nessuno!

PERO’. Ci sono stati anche altri momenti festosi/religiosi in cui — nello stato “fuori coppia” (scoppiata?), e già con la trita di vitello pronta a scongelare — ho ricevuto inviti inaspettati da amiche, amici, ex-studenti d’inglese, e anche una Pasqua stupenda passata con la famiglia di un tizio che mi aveva dato una mano con un trasloco la settimana prima, e che non l’ho più rivisto. L’altro giorno, quando sono arrivata alla casa dei zii per festeggiare (finalmente!) la Pesach in famiglia — la prima senza la nonna, e forse solo la mia terza Pesach a “casa” da quando ho 23 anni — ho pensato tanto, e con tanta gratitudine, alle persone che, nel corso degli anni trascorsi in Italia, hanno aperto le loro porte a me. Un semplice gesto di generosità “cristiana”, dite? Può essere, ma non è così comune da prendere per scontato.

Una grande parte della festa di Pesach sta proprio in quello: di “aprire le proprie porte” per accogliere persone nuove, persone erranti, persone che stanno cercando un posto per celebrare la festa, ma — almeno nella nostra famiglia — non sono necessariamente ebrei. La nostra è una famiglia numerosa, ma ogni singolo anno, oltre ai parenti, ci sono sempre persone “esterne” che vengono invitate per festeggiare la Pesach con noi. Magari anche per la prima volta. E’ divertente — come lo è quasi sempre quando si “aggiunge” un altro posto a tavola.

si canta!

Oltre allo raccontare la storia del Esodo, e oltre alla tradizione di accogliere “lo straniero”, a Pesach c’è anche il rito di lasciare un bicchiere di vino per il profeta, Elijah, e — a fine pasto — aprire la porta di casa per farlo entrare. Quando ci sono bambini presenti, spesso un adulto (almeno in famiglia nostra) cerca di smuovere il tavolo un po’ per far sembrare che il profesta Elijah è fra di noi e che stia bevendo un po’ del suo vino. Inglobato in questo rito ci sono mille spiegazioni — alcuni quasi apocalittici — e ogni famiglia cerca di interpretare e raccontare il “perché” nella maniera che meglio s’addice. (L’interpretazione è una componente fondamentale nella religione ebraica. Se chiedi una domanda a cinque rabbini, è normale ricevere nove spiegazioni diverse.)

Io, da fiera-ebrea-laica-apolide, sono la figura più lontana possibile di un’esperta del Midrash, ma vi offro io un piccolo suggerimento festivo lo stesso, da neo-ex-espatriata. Se mai vi capita di conoscere una persona con un accento diverso, un nome insolito, una persona che forse in quel momento si sente sola è senza “popolo”, aggiungi un’altro posto a tavola per loro quando arriva il momento di Natale o Pasqua. Lo so, le feste sono per stare con la famiglia, con i parenti stretti e le persone intimi. Però, vi assicuro che, ciò che magari per voi sia soltanto un “invito”, per loro potrebbe essere ricevuto come la manna dal cielo. Si dice che nessuno è profeta in patria. Ma profeta o meno, spatriata per scelta o meno, lasciamo il ragù per una domenica qualsiasi.

* eh già. Ho messo Totò perché è venuto fuori facendo un Google Images search per “nessuno è profeta in patria”. E mi è piaciuto. Ha il viso di una profeta, Totò.

 

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La violenza delle scatole

Foto: Emilio Scoti

Ogni tanto ci pensavo — quando finiva la rotazione delle 8 paia di calze, quando facevo il tè e cercavo d’istinto la mia teiera , o quando diluviava e ho dovuto chiedere in prestito un ombrello quando ne ho tre di mio. “Ah, già, è ancora tutto il transito, chissà quando arriva”, mi dicevo. “Vabbeh, meglio così”. Sono arrivata sei settimane fa, ormai. Con una singola valigia — grande come me — con i vestiti, le scarpe, una necessaire abbondante, qualche libro, il portatile e i documenti importanti. Tutto il resto — l’intero cumulo di quattordici anni, sebbene drasticamente ridotto ed “tagliato”, era stato affidato ad una agenzia di traslochi internazionali: dodici scatoloni e una dozzina di quadri, se non sbaglio. Da qualche parte ho l’inventario, ma non mi andava mai di guardarla.

Sapevo, certo, di non avere più un indirizzo in Italia, ma non volevo soffermarmi a lungo su questo fatto. Ora, quando compilo qualsiasi modulo — e in questo momento, sembra che non faccio altro che compilare moduli — metto l’indirizzo della casa di mia madre, la mia casa “storica”, dove ho preso in possesso quella che una volta è stata la stanza del mio fratello. Ma fino a qualche giorno fa, tutto aveva ancora un sapore temporaneo. Non ho ancora un lavoro fisso, quindi non posso cercare una casa propria. La casa qui è grande ed è in pieno centro. Onestamente, non si sta male, ed è familiare: in tutti questi anni, quando tornavo a San Francisco in visita (e ho avuto visite lunghe sei settimane, anche di più), stavo sempre qua. Visto in un certo modo — io, che lavo le calze a mano ogni tot giorni; io, che comunque continuo a fare lavoretti freelance per l’Italia; io, che quando mi guardo intorno mi rendo conto che mancano tutti gli effetti e oggetti personali — questo periodo poteva assomigliare ad una visita estesa. Fino a qualche giorno fa, quando mi è arrivata una email: “Regarding Your Import”, da una certa Chrystal, che scriveva da Sea-Air punto net.

La merce è arrivata! annuncia Chrystal. Mi ha inviato altri settanta moduli da compilare per la dogana, e fra non molto, mi comunicherà il giorno di consegna. Questa notizia ha suscitato in me una reazione…come si può dire…complesso ed intenso. Una parte di me era sollevata, certo. Temevo la possibilità che tutto quello che possiedo potesse finire a Shanghai o Durban. Dopo aver letto l’email tre volte, immobile e muta,  ho compilato attentamente i settanta moduli, le ho rimandate via scanner, e ho chiamato mia madre in ufficio. “La mia roba è già arrivata,” le ho detto, insolitamente monotona. “Sarà qua probabilmente in settimana”. “Ah, bene!”, mi ha risposta lei, un po’ distratta. “C’è spazio in garage, non ti preoccupare”. Ho messo giù il telefono e ho prontamente scoppiato in lacrime. Ho pianto e pianto e pianto, con un massimo di tre ore d’intervallo fra una crisi e l’altro, per trentasei ore di fila. Credo che non riuscirò a mettere i lenti a contatto ancora per qualche giorno, le mie palpebre sono  un attimo devastate.

Pensare a quelle casse, a quel trasloco, è come ricordarsi d’un incidente. Un incidente vissuto in moto rallentato, ma, come in qualsiasi stato d’emergenza, carico di adrenalina ed affrontato con un certo distacco. Non so chi di vuoi abbia mai vissuto un momento di vera trauma, ma credo che sia normale trovarsi nel bel mezzo di una situazione drastica e viverla come stesse succedendo a qualcun’altro. E’ un istinto automatico, perché altrimenti il tuo sistema andrebbe in tilt. Ecco, per me, partire da Milano è stato così. E quelle casse, in questo momento, mi sembrano evidenza della scena di un delitto. In tutta l’onestà, non voglio nemmeno toccarle. Per ora preferisco lavare le calze ogni tot giorni.

Foto: Emilio Scoti

Sapevo che questo momento sarebbe arrivato, il down: era già stato messo in conto, due mesi fa, quando ho deciso di lasciare, di tornare, di partire, di cercare di ritrovare il posto che ho lasciato molti anni fa. Ma non sapevo che sarebbe stato l’arrivo delle scatole a scatenarlo. Arriva pochi momenti nella vita, per fortuna, quando si è chiamata a fare una scelta drastica, e qualsiasi opzione comporta una grossa perdita. Vedremo almeno se, per quanto riguarda l’inventario di Sea-Air punto net, i conti tornano giusti.

Foto: Emilio Scoti

 

 

 

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Cose che ora mi mancano dall’Italia: una lista salutare

Le farmacie

Ci sono due cose nel paesaggio urbanistico che catturano subito l’attenzione di una yankee neo-arrivata in Italia: le chiese e le farmacie. Entrambe sono letteralmente ovunque. In qualsiasi città di qualsiasi dimensione, è impossibile camminare duecento metri senza incontrare o una o l’latra — e spesso, non so il perché — si affacciano o si affiancano. Innumerevole sono le occasioni in cui mi sono trovata nelle chiese italiane, per molti motivi diversi — per le messe o i matrimoni, per i concerti o semplicemente come turista — e conservo dei bei ricordi da alcune di questi momenti. Ma il mio vero santuario, la mia meta concreta quando – turbata da qualche sbilanciamento del copro o dell’anima – avevo bisogno di consigli o cure? Era sotto il segno quella beata croce verde che sapevo di trovare la risposta giusta.

Ma attenzione: io non sono un’ipocondriaca — anzi. Davanti ai discorsi generali di salute personale, rimango sempre spassionata e laissez faire: non mi sono mai fatto misurare la pressione, non ho la benché minima idea di che gruppo sanguino appartengo, e per anni misuravo la febbre mettendo la mano di qualcuno sulla mia fronte e chiedendogli “secondo te, è un po’ calda?”. No, il mio amore per le farmacie non c’entra niente con i farmaci, ma al fatto che non so resistere alla richiama delle creme o oli, tinture o tisane, vitamine e sali minerali. Trovo che c’è qualcosa di meravigliosamente speranzoso in un flacone nuovo, un tubo sigillato o una scatoletta incartata. Anche se la speranza è soltanto che domani avrai la pelle un po’ più morbida sui talloni.

Però, oltre ad essere il tempio del caro e inutile (quanti tubetti di burro cacao da 5 euro possono servire ad una donna sola?), le farmacie servono come prima linea d’informazione e aiuto quando c’è qualcosa che non va. L’inverno del 2008, per esempio, mi sono venuti i geloni — sì, i geloni– sulle mani, ed era la mia fidata farmacista che ha fatto la diagnosi. Idem per la congiuntivite e un fastidissimo orzaiolo (frequentavo una piscina non troppo pulita all’epoca). Se avevo problemi dormire, se mi sentivo un po’ fiacca, se avevo problemi anche di… va beh, il punto è che in quattordici anni in Italia, mi sarò consultato con il medico della mutua due volte in croce e il farmacista di turno … non lo so — sempre.

Qui in America, non ne abbiamo le croci verdi illuminati sopra ogni via. Le farmacie, come molti luoghi in questa nazione consumista e spesso approssimativa, sono enormi e strafornite di prodotti di ogni genere, ma mancano le persone informate alla quale puoi chiedere un semplice consiglio, anche alle undici di sera. Ma come mai, mi chiedo? E’ una questione politica? Economica? Ideologica? C’è qualcosa di troppo “socialista” nel ruolo della farmacista?

So che in Italia, c’è una questione politica intorno alle farmacie, ma confesso che non ben capito il discorso molto in fondo. Si parla di “casta” — come con i tassisti e i notai — e sicuramente ci sono molte sfumature a me ignote. (Sentitevi liberi di illuminarmi su questo argomento). Ma qui negli States, la riforma sanitaria è sulla bocca di tutti, perfino i giudici  della Corte Suprema — che stanno discutendo la “costituzionalità” della riforma sanitaria di Obama proprio in questi giorni. Io mi sono appena “comprata” l’assicurazione sanitaria, anche se non ho un lavoro fisso in questo momento. Pago un “tot” mensile, e ho scelto il mio medico di base da una lista sul internet in base alla loro disponibilità e ubicazione. Io, sana, giovane e “coperta”, sono fortunata. Ma mi sento comunque un po’ inquieta. Da chi posso andare quando mi ustiono sulla pollice cucinando? A chi posso chiedere quando sento la gola secca? Quando prendo troppo sole e mi viene l’eritema? O quando soffro, come ora ora sto patendo, “il cambio di stagione”?

 

 

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Abbiate pazienza

Il post di lunedì è stato rimandato per motivi tecnici.

E, per l’assurdo, la colonna sonora di questa serie televisiva ultra-americana mi ha fatto venire una nostalgia quasi insopportabile. Non l’avevo mai guardato una puntata se non a Milano. E quasi mai da sola. Amici e lettori, vi dico soltanto che il tempo, anche nel mondo di Mad Men, non è sempre galantuomo.

A presto.

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I problemi del primo mondo

L’altro giorno ero in fila a Bed, Bath & Beyond – mi servivano delle grucie – quando è successo un’incidente piuttosto rivelatore. C’erano due persone davanti a me per la cassa, ed una fila di forse sei o sette persone dietro. Stavo aspettando già da un po’ e, comprensibilmente, i miei pensieri erano altrove. Per cui, quando si era aperta una nuova cassa non me lo sono accorta all’istante: solo quando ho visto quelli davanti a me che cercavano di uscire dalla fila per raggiungere la nuova cassa aperta, chiedendo “Excuse me, the other register is open”, ho fatto qualche passo indietro, pronta a seguirli per andare alla cassa di fianco alla nostra, quella senza fila.

Ma poi che cos’è successo? E’ successo che una, dalla sua posizione alla fine della nostra fila, s’era riuscita a manovrarsi facilmente col suo carrello per andare subito alla cassa vuota. Eccola, che furba spudorata: dall’ultima nella nostra fila si è passata alla prima in quella nuova. Io, dopo anni e anni in Italia, dove questa precisa situazione mi succedeva quasi ogni settimana ad Esselunga (si vede che non ho una grande fortuna quando si tratta di scegliere le file), mi sono limitata ad alzare gli occhi in sprezzante silenzio.

Per me, questa donna maleducata era un’esempio di cafonismo estremo, ma ripeto, niente che non ho mai visto mille volte in numerosi contesti diversi. Certo che io a Milano — con il mio accento, con la mia faccia che diventa subita rossa quando m’arrabbio, con il rischio che la gente non mi prende sul serio perché è evidente che non sono da lì — quando mi succedeva al supermercato non dicevo mai niente. Ma non credo che gli altri fossero sempre tutti stranieri o sovraccaricati emotivamente come me, e vi dico che mai, ma proprio MAI in quattordici anni, ho visto qualcuno dire “beh” davanti a questo tipo di mancanza di cortesia.

Ma l’altro giorno, di pomeriggio in questo gigante megastore,  mentre io facevo il mio solito occhi-al-cielo, piccolo-sbuffo-di-disappunto in stoico silenzio, è successo una cosa che per me è stato surreale. Quella davanti a me nella fila ha detto alla ragazza, con la voce alta e il tono stridente, “Hey, what do you think you’re doing? You were last in line!” E la ragazza, che devo dire non so da chi è stata levata, ha risposto — nemmeno girandosi, ma tirando fuori la sua spesa dal carrello — “You snooze, you lose!” (Se dormi, perdi!) con un’alzata di spalle. La cassiera era mortificata, e, per un momento, sembrava che stesse per rifiutare di servirla.

You Snooze You Lose

Dovevate vedere l’incredulità e l’offesa generale che s’era dispersa fra la gente nella mia fila. Era come non avessero mai visto una mossa del genere, e non sapevano come prenderla. “Is she kidding? Who does she think she is?” Diceva una ad’alta voce. O, “Someone should call the manager, she shouldn’t be served.” O, “There’s no point in talking to people like that. They’re not normal” (era normalissima, vestita di jeans, iPhone e portafoglio in mano). E io guardavo tutti (sempre nella fila originale) con la bocca aperta, come stessi osservando un popolo alieno.

Ribadisco: anche io, a Milano, ogni volta che uno dietro di me saltava la fila quando una nuova cassa s’apriva, mi rodeva — e tanto. O nelle mille occasioni in cui stavo aspettando con esattamente un flacone di detersivo per i piatti e la persona davanti a me ne aveva un carrello pieno e faceva finta di non notare che la mia spesa era di €1,84, e quindi procedeva con molta calma con la sua carta Fidati, chiedendo dei punti e premi e contando e sistemando sacchetti senza mai guardarmi — sì, pensavo fra me e me: che cafone, perché non crepi?. Ma non dicevo mai niente perché non avevo mai visto nessuno protestare davanti ad una ordinaria ingiustizia di quel genere.

Invece qui a San Francisco, si vede che il cafonismo prosaico non è proprio previsto e la gente non ha nessun scrupolo a dirti (e dire agli altri) che tu hai commesso una trasgressione. A quel punto, toccava già a me alla cassa, e mentre svuotavo il mio carrello la gente ancora si parlava di questa ragazza, che era già andata via. Vabbé però, dai, pensavo, c’è gente maleducata in giro. Qual’è la notizia? E in quel momento, ho sentito una voce femminile sospirare, con un tono di suprema esasperazione: “Ok, people. Enough with the first world problems already. Get over it!

Lasciando stare che questa tizia qui — con il suo evidente senso di superiorità  – era quasi più fastidiosi degli altri, il suo commento mi ha fatto riflettere. Ecco, pensavo, questo è il genere di trasgressione che diventa inaccettabile solo nel primo mondo. Qui la gente viene disturbata profondamente per una cosa che per me, in Italia, era una comune (e sgradevole) manifestazione di maleducazione generica. A volte, sembra che quelli che vivono da molto tempo nel primo mondo (e San Francisco si trova, senza dubbio, nel epicentro) non hanno un vero senso della misura delle cose — o meglio: lo hanno, ma è calibrato fin troppo in là. A Milano, invece, forse siamo diventati tutti rassegnati a vivere nel secondo mondo: infine, quando 3 metri di spazio fra due due alberi sul marciapiede inizia a sembrarti un parcheggio assolutamente decoroso, ciò che puoi aspettare dal tuo prossimo è, per forza, ridotto.

Come sempre, ma specie ora, lascio quest’argomento aperto a voi: sono questi i piccoli segni che distinguono un paese del Primo Mondo da quello del Secondo? (Non sto parlando della geo-politica, ovviamente). E soprattutto: quando si apre una nuova cassa e tu sei indietro nella fila, che fate? Lasciate passare la gente davanti, o vi fate servire subito? (Non offro nessun giudizio morale, giuro!)

E per la vostra edificazione, divertitevi con un po’ di sana ironia sulle First World Problems:

Visto che, nel Primo Mondo, abbiamo tempo ed energia per scriverli, c’è anche un (piuttosto divertente) blog dedicato alle nostre problemi più pressanti.

Buona spesa a tutti.

 

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Il termine che vi manca (beati voi)

“Networking”

Oltre pagare l’IVA, ciò che più temo dalla vita lavorativa è il concetto di “networking”, una parola che — come “privacy” e “stress” — non va mai tradotto in italiano. Sento la parola networking e mi viene il prurito. Ma non perché non credo che conoscere tante persone diverse e muoversi fra ambienti diversi non serve nella vita: questo l’ho sempre fatto, anche da ragazzina a scuola, quando non sapevo che questo modo di rapportarsi con il mondo avesse un nome preciso. Poi, non c’è niente che incita networking (nel senso autentico del termine) come andare a vivere in un paese nuovo, dove nessuno ti conosce, come l’ho fatto io a 23 anni. Quando sei straniera — chiunque sei ed ovunque ti capiti — hai sempre bisogno di qualcosa d’importante: aiuto, amicizie, case, lavori, informazioni.

Però, forse il mondo era diverso o forse Italia era diversa o forse — più giovane e con meno pretese — ero diversa io, ma il networking, intesa come un atteggiamento lineare verso l’ottenimento di un lavoro, non l’ho mai fatto. Negli ultimi 14 anni in Italia, mi è servito il CV soltanto una volta, due anni e mezzo fa, quando mi avevano già offerto un lavoro da Vogue, ma avevano bisogno del mio curriculum, “così, per pura formalità”. Perché di solito, come spesso succede fra noi Partita IVAni — sia quelli con “indoli creative” che non — i lavori arrivavano sempre via passaparola: “Mi ha dato il tuo nome X, che ha detto che tu fai Y…” e così via. Il mio (ormai distante) compagno ogni tanto (tipo un mese sì e un mese no) mi rimproverava perché non ero nemmeno sul Linkedin. “Tu affronti la vita lavorativa come vivessi ancora nel 19esimo secolo”, mi diceva. “Su, svegliati. Non puoi lamentarti della mancanza d’opportunità se non sei nemmeno su Linkedin”. Probabilmente, come accadeva ogni tanto, aveva ragione.

Se devo essere completamente sincera, forse ho sempre creduto (e una parte di me lo crede ancora) che, quando si tratta di qualsiasi cosa utile e potenzialmente edificante — un lavoro, una casa, un rapporto sentimentale — è sempre meglio quando la “cosa” trovi te, e non vice versa. Non dubito l’esistenza di un sacco di buone opportunità sul Monster, o un sacco di belle dimore su Case.it, o persone splendide su Match.com, ma un mondo ideale — dal mio punto di vista — è un mondo dove, sapendo di che cosa ti serve e continuando a muoverti fra ambienti diversi e facendo sì che la gente che incontri abbia una buona impressione di te — ciò che cerchi ti arriva, prima o poi, forse da una fonte inaspettata. E forse quella cosa non è nemmeno ciò che tu pensavi di volere, ma è perfetta lo stesso.

Bene. Ora lasciamo stare il mio mondo ideale e torniamo alla dura realtà: siamo in 2012, a San Francisco, e mi trovo, all’étà di 37 anni, a dover cercare un lavoro proficuo in una delle città più care, competitive, economicamente potenti e tecnologicamente avanzata nel mondo — e dove la mia ultima traccia professionale risale al 1997 (quando, neo-laureata, lavoravo in una libreria indipendente che non esiste più). E, dopo aver visto la posizione che credevo di volere scivolare fra le mie mani, e con il bruciore dello sconfitto ancora addosso, mi tocca a fare un job search in modo serio, efficiente e mirato. Sapete dove sto per arrivare, vero? Ah, ecco.

Ego coniungere, ergo sum: mi collego, dunque sono. Il mio primo fatidico passo era di creare un profile sul il probabilmente-già-superato sito-incubo, Linkedin. Ed è stato, ovviamente, un disastro. Avendo trovato un lavoro che m’interessava (o meglio, un lavoro che sembra sicura, ben pagata, e non del tutto privo di creatività e per il quale sarei anche qualificata), e dopo di aver trascorso una serata intera con una mia amica a lavorare sulla mia “resumé” (questa divertissment magari vi racconterò in un post a seguire), sono tornata a casa giovedì sera e ho passato più di un’ora a de-selezionare centinaia e centinaia e centinaia di nomi sconosciuti e/o irrilevanti che Linkedin voleva automaticamente importare dal mio conto gmail. E tuttora non capisco che cosa abbia successo. Dopo aver ridotto i 659 nomi “suggeriti” ai 94 “voluti”, e ho cliccato sul “CONNECT ME” e sono partiti…i 659 inviti lo stesso. Sono andata a letto, esausta, scoraggiata, incazzata e anche mortificata, sapendo che almeno 550 persone con la quale condivido assolutamente niente di potenzialmente professionale, stavano ricevendo in tempo reale una richiesta da Hilary Belle Walker to Join my network on LinkedIn. Con anni e anni di ritardo, ho finalmente cercato di placcare i miei dubbi esistenziali per un attimo e unirmi, in modo discreto, al World’s Largest Professional Network, e così facendo, ho fatto una clamorosa figura virtuale di merda. Ancora oggi sto ricevendo svariati messaggi del tipo (e qua, guance infuocate, sto facendo letteralmente una copia/incolla):

“Hi Hilary,  I don’t recall meeting you in the past. Any particular reason you want to connect with me? Thanks, XXXX”

Mi viene da piangere. E da citare un grande scrittore, oratore e pensatore che, in tutta la sua carriera e fra tutte le sue opere non è mai apparsa la parola networking: O tempora o mores!

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Perché arrivare secondo è peggio che perdere

la medaglia d’argento

 

L’ho saputo venerdì. Come risposta alla mia email (in cui ho cercato, probabilmente senza successo, a nascondere lo mio stato d’animo ansioso), il Console Generale mi ha mandato il link pubblicato sul sito del Istituto, la “GRADUATORIA FINALE DEGLI IDONEI”. La beffa delle beffe più beffarde è che sono arrivata seconda, a due punti e mezzo dietro la candidata “idonea”: una donna con due primi nomi italiani e un cognome anglo-sassone. Vi scommetto ciò che volete che lei è un’italiana sposata con un americano, e che in casa possiede un PC.

Il mio è l’unico nome in tutta la lista che non è di origine italiano. Sicuramente sono l’unica che ha fatto un volo di venti ore per subire il colloquio, che ha imparato italiano da sola a l’età di ventiquattro anni, e che ha scritto e pubblicato un libro nella sua terza lingua (con tanto di copy-editing, ovviamente). Mi sono presentata con una lettera di raccomandazione in italiano dalla Condé Nast (grazie!), e una in inglese da una Cavaliere del Ordine della Stella della Solidarita’ Italiana (grazie, davvero, grazie mille). Ma non bastava, apparentemente per essere assunto dal Istituto di Cultura Italiana: il sistema dei punti non prevedano lettere di raccomandazioni, i salti mortali, la voglia e determinazione, e nemmeno, ahimè, il “tifo”. E’ arrivata una che sapeva usare Microsoft Access, e HBW se ne va a casa. Che da due settimane, vuol dire San Francisco.

Ovviamente, sono schiacciata dalla delusione. Anche perché arrivare secondo, per qualche motivo non chiarissimo, è molto peggio che arrivare l’ultimo. E’ come sentire la palla sfiorare le mani… vedere la gente che si alza in piedi, per poi farla cadere. Ovviamente, questo è un metafora da baseball. Sta a voi per trovare la metafora calcistica.

Dopo quarantotto ore (è una domenica passata qua, - vedi a destra – con un tempo stupendissimo, in compagnia di due gemilli cinquenne adorabili che mi adorano), non sto versando più lacrime incredule. Ma non è passato completamente il bruciore. Anche perché, nei momenti più auto-commiserati, questa situazione sembra inquadrare perfettamente il mio rapporto con l’Italia. Detesto sembrare ingrata, ma è così: mi sento, a volte, che in tanti diversi momenti in questi ultimi 14 anni, quando c’era da mettere grinta, fiducia, sforzo, creatività, io ci mettevo tutto. Magari arrivavo anche a 98. Ma quei 2 punti che mi mancavano per fare la svolta? L’Italia non le ha mai messe per me. Mai. Nemmeno in prestito.

Nel bene e nel male, a Milano mi sono portata fino a dove ero capace di arrivare, sempre da sola. Non sto dicendo senza l’aiuto delle persone, perché tanti individui mi hanno aiutato in mille modi diversi — con gesti grandi e piccoli — e questo ho sempre riconosciuto e lo riconosco tuttora. Ma il paese che mi ospitava, il paese per cui mi sono letteralmente fatto in quattro per capire e amare, lodare e criticare, non si è mai mostrata interessata — in nessuna delle mille occasioni — nel darmi nessun punto in più, mai una ‘facile’ invece di ‘difficile’, mai un gesto generoso inaspettato, mai un bonus, mai un giusto per. Per dirlo in inglese (perché l’espressione giusta in italiano mi sfugge in questo momento), Italy has never given me a fucking break.

Perdonatemi, e concedetemi questo momento “no”. Non ce l’ho con nessuno in particolare (tranne una certa “Antonia Desideria F.”, colei che mi ha soffiato il posto di lavoro e alla quale auguro ogni male). Le persone che mi conoscono meglio sanno che uno di miei difetti più acuti, ciò che mi fa soffrire sempre troppo, è che tendo a cercare di dare un senso “macro” alle cose anche casuali. Dietro ogni “sfiga”, vorrei trovare sempre un “perché”. Oggi il perché è che l’Italia non mi ha mai amato quanto io lei. Domani magari entrerò nell’ottica Buddista è sarò convinta che è andato tutto per il meglio.

C’è un’espressione che ho sentito una volta e non l’ho mai dimenticata: “Non c’è niente di più vecchio che il giornale di ieri”. Il mio (ormai distante) compagno sa benissimo che io leggo spesso volentieri il quotidiano del giorno precedente; non ci trovo niente di strano o inutile nel farlo. “Ma che senso ha?” mi diceva sempre, mezzo divertito e mezzo esasperato, “quello è di ieri”. ”Vale ancora quasi tutto”, gli dicevo, sfogliando le pagine. “Dai, le vere notizie non si fanno in un giorno”.

Da vincitrice della medaglia d’argento, potrei azzardare l’ipotesi che non c’è nessuno di più perdente di chi arriva per secondo. Ma è comunque vero che le vere notizie non si fanno in un giorno. E, come ha detto una donna molto più coraggiosa e spietata e tenace e furba di me, “Tomorrow is another day”.

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